di Silvana Carcano
Laureata in Economia Politica, con una grande passione per l’Economia Civile, e con oltre 25 anni di esperienza nel mondo aziendale, da diversi anni ho scelto di approfondire un ambito solo all’apparenza distante: quello della teologia e della spiritualità, con anche esami universitari presso la Facoltà teologica. Da ultimo, ho appena terminato il Master in Accompagnamento Spirituale alla Morte, coordinato da Padre Guidalberto Bormolini. Credo, infatti, che economia e spiritualità non siano ambiti inconciliabili, anzi, queste dimensioni, se integrate, possono dare solidità a una riflessione che da tempo mi accompagna: ogni sospensione di pensiero sulla morte comporta inevitabilmente una sospensione del pensiero sulla vita. Anche in azienda. Ritengo che questo tema sia oggi fondamentale anche nel contesto delle imprese, per accompagnarle in un’evoluzione autentica verso un mondo più umano, sostenibile e civile. E tutto questo pesa tantissimo sulla sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo delle aziende.
Nel mondo delle imprese, parlare di morte suona spesso come un tabù. L’impresa moderna, figlia del paradigma dell’economia politica, è orientata al controllo, alla crescita ininterrotta, alla continuità, all’efficienza. Tutto ciò che si presenta come fine, perdita, limite o interruzione viene rimosso o coperto da narrazioni di successo e ottimismo compulsivo. Eppure, è proprio in questa rimozione sistematica del limite che si annida una delle grandi fragilità della cultura aziendale contemporanea. In realtà, introdurre il concetto di morte, non in senso biologico, ma simbolico e culturale, nelle dinamiche dell’impresa, è oggi un gesto radicale e profondamente rigenerativo.
Massimo Recalcati, in Il vuoto e il fuoco, ci ricorda che l’essere umano non è definito tanto da ciò che possiede o produce, quanto dalla sua capacità di abitare il vuoto. Il vuoto non è solo mancanza, ma spazio generativo, apertura, possibilità. Nella stessa logica, la morte, intesa come esperienza del limite, del fallimento, della perdita, è ciò che fonda la possibilità della trasformazione. La cultura aziendale che non vuole fare i conti con la morte è una cultura che teme il vuoto, che non tollera la sospensione, la fragilità, il tempo improduttivo. E così facendo si chiude al cambiamento, alla creatività, alla vita stessa.
L’impresa che rifiuta il vuoto e la morte è un’impresa che si irrigidisce nella difesa del già noto, del già funzionante, del già profittevole. Ma è proprio questa chiusura che la espone alla sterilità. L’impresa desiderante, cioè vitale, è quella che sa perdere, che sa lasciar morire ciò che non serve più, che sa attraversare il vuoto senza panico, come spazio di rivelazione e non solo di assenza.
Nel Nuovo Testamento, Gesù dice: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». È un’immagine che parla alla logica profonda della trasformazione, e se traduciamo questa intuizione nel contesto aziendale, diventa evidente che la sostenibilità, quella vera, non cosmetica, richiede una disponibilità alla perdita.
Pensiamo, per esempio, alla questione ambientale. Un’impresa che voglia essere sostenibile deve accettare la “morte” di alcuni processi produttivi ad alta intensità energetica o ad alto impatto ecologico. Deve lasciar andare l’idea che l’efficienza economica coincida sempre con l’efficienza ambientale. Questo può significare un rallentamento, un investimento iniziale più alto, una trasformazione dei modelli operativi. Ma è proprio attraverso questa “morte” di vecchie abitudini che si apre la possibilità di una nuova vita per l’azienda e per il pianeta.
Lo stesso vale per la sostenibilità sociale. In molte organizzazioni persiste una cultura che esalta la prestazione individuale, la disponibilità illimitata, la produttività come valore supremo. Questa cultura consuma le persone, mette a repentaglio la loro sicurezza e il loro benessere, logora le relazioni, distrugge i legami fiduciari. Un’impresa che vuole essere socialmente sostenibile deve accettare la fine di questa mentalità e investire in modelli organizzativi che mettano al centro il benessere, la sicurezza, il tempo, la qualità della vita, le relazioni. Questa transizione può comportare perdite apparenti, di controllo, di profitto immediato, di ritmo, ma è l’unica strada per costruire una cultura del lavoro autenticamente umana.
Anche lungo la catena del valore, la logica della morte può aiutare a vedere ciò che non funziona più. Le filiere che sfruttano territori e comunità, che ignorano i diritti dei lavoratori e lavoratrici, che concentrano il valore in pochi nodi lasciando il resto in condizioni di marginalità, sono modelli destinati a collassare. Occorre saperli riconoscere come modelli “morti” o morenti, e accompagnarne consapevolmente il superamento. Questo non significa perdere valore, ma redistribuirlo in modo più equo e sostenibile.
Oggi più che mai, in un tempo segnato da emergenze climatiche e sociali, introdurre la morte come categoria culturale dentro le aziende significa, quindi, costruire un argine all’idea di crescita illimitata. La logica della sostenibilità, tanto invocata quanto spesso fraintesa, non può esistere se non accetta il principio del limite.
Ma perché tutto questo diventi possibile, l’azienda deve accettare un cambiamento di visione. Deve morire a sé stessa, in parte. Deve passare, come suggerisce l’economia civile, da un paradigma individualista e utilitarista a uno relazionale e comunitario. L’economia politica classica ha ridotto l’uomo economico a un calcolatore di vantaggi. L’economia civile, invece, lo riscopre come essere capace di reciprocità, legame, dono. In questa prospettiva, l’impresa non è solo una macchina per produrre valore economico, ma un luogo di relazione e di cura, un laboratorio dove si genera valore condiviso.
Ed è qui che la morte simbolica diventa feconda. Quando un’impresa lascia morire una sua forma passata, una certa identità, un certo assetto di potere o un modello organizzativo non più vitale, sta facendo spazio a qualcosa di nuovo. È il passaggio pasquale: morte, sepoltura, resurrezione. Non è solo una metafora spirituale, ma un processo reale che riguarda il tempo delle aziende, la loro capacità di rigenerarsi. San Paolo, nella Lettera ai Galati, dice: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Anche per le organizzazioni, questo può significare la rinuncia all’ego organizzativo, a un’identità autoreferenziale, per aprirsi a un principio più grande: il bene comune, la comunità, il futuro.
L’impresa sostenibile, oggi, è quella che sa attraversare il proprio vuoto. È quella che accetta la morte di certe sicurezze, di certi ritmi, di certi profitti, per aprirsi al tempo lungo della cura. È quella che sa rallentare, che non ha paura di dire “basta” a pratiche disumane o ecologicamente distruttive. È quella che sa ascoltare il silenzio, l’inatteso, l’interruzione. Il vuoto non è solo mancanza, ma ciò che apre alla possibilità del fuoco, cioè della passione, del desiderio, dell’energia creativa. Anche le aziende hanno bisogno di vuoto per ritrovare il proprio fuoco.
Un’impresa che non contempla la possibilità della morte è un’organizzazione che non sa invecchiare, non sa cedere, non sa trasformarsi. È un’impresa esposta all’onnipotenza. E l’onnipotenza è la negazione del desiderio, perché non ammette il limite, non conosce la mancanza, non accetta l’altro. L’impresa onnipotente si crede immortale, e per questo è destinata a crollare sotto il peso delle sue stesse illusioni. Al contrario, l’impresa che accoglie il limite, che sa farsi piccola, che sa rinunciare, è un’impresa resiliente, capace di durare, capace di generare.
Anche la parabola del figliol prodigo nel Vangelo di Luca ci offre una potente immagine di questa dinamica. Il figlio attraversa una caduta, un’esposizione al vuoto, una perdita. Ma proprio da quel punto di disfacimento nasce la possibilità di un ritorno, di una rinascita, di una festa. Nella cultura organizzativa, questo potrebbe significare accogliere il fallimento non come vergogna, ma come soglia. Significa creare spazi in cui le perdite possano essere nominate, elaborate, condivise. Dove la vulnerabilità non è un difetto, ma un punto di forza. Dove il lutto per ciò che finisce è anche celebrazione di ciò che ha senso.
Coltivare una cultura aziendale capace di elaborare il lutto è fondamentale per ogni transizione ecologica e sociale. Senza la possibilità di attraversare simbolicamente la morte del vecchio mondo, non può nascere un mondo nuovo. La sostenibilità, in fondo, non è solo un insieme di pratiche tecniche, ma una postura esistenziale: saper restare fedeli alla vita anche quando essa passa attraverso la perdita, il limite, la crisi.
Dunque, parlare di morte nelle aziende non è un invito al declino, ma una via d’accesso alla vita vera. È riconoscere che solo chi sa perdere può ritrovare. Che solo chi attraversa il vuoto può accendersi di fuoco. Che solo chi accetta la morte può generare un futuro. Un’impresa che si apre a questa logica è un’impresa sostenibile non solo nei bilanci, ma nella sua stessa anima. È un’impresa civile.
