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Il lavoro come spazio antropologico: la mia Assisi tra economia ed esperienza umana

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Un confronto internazionale che riporta al centro ciò che siamo, prima di ciò che facciamo

Quando sono arrivata ad Assisi per At the Roots of Economic Ethics, ho avuto la sensazione di entrare in un luogo e in un tempo particolari. Non solo perché il 2026 segna gli 800 anni dalla morte di san Francesco, figura che inevitabilmente richiama un modo diverso di guardare all’umano, ma perché l’intero evento sembrava costruito per riportare al centro proprio questa domanda: quale idea di essere umano sostiene oggi le nostre economie e i nostri luoghi di lavoro?

Gli interventi che si sono susseguiti hanno confermato questa impressione. Luigino Bruni, nel suo keynote “The Paradoxes of Francesco’s Poverty”, che in italiano potremmo rendere come “I paradossi della povertà di Francesco”, ha ricordato che ogni sistema economico nasce da una visione dell’uomo, e che quando questa visione si restringe, anche l’economia si impoverisce.

Altri relatori hanno affrontato il tema da prospettive diverse: chi ha parlato di vulnerabilità come condizione strutturale dell’agire economico, chi ha insistito sulla necessità di un’etica della responsabilità capace di andare oltre la logica dell’efficienza, chi ha mostrato come le relazioni siano la vera infrastruttura dei sistemi organizzativi. In molti hanno sottolineato che la crisi attuale non è solo economica, ma culturale e antropologica: riguarda il modo in cui ci pensiamo e ci trattiamo.

In questo contesto si è inserito il mio contributo, che nasce da una convinzione che porto avanti da tempo: ogni economia è, prima di tutto, una forma di antropologia. Le organizzazioni non sono solo sistemi produttivi, ma spazi in cui le persone prendono forma, si trasformano, attraversano crisi, si confrontano con il limite e con l’altro. Quando questa dimensione viene ignorata, anche le strategie più sofisticate finiscono per poggiare su fondamenta fragili.

Per rendere visibile questa prospettiva, ho proposto la figura del “nuovo ADAM”, un acronimo che sintetizza quattro dimensioni costitutive dell’esperienza lavorativa:

  • A di Accoglienza: apertura allo sguardo dell’altro
  • D di Desiderio: forza che orienta l’agire, con il rischio di trasformarsi in idolatria della performance
  • A di Amore/Cura delle relazioni: qualità dei legami che sostiene i processi di cambiamento
  • M di Morte: il limite, la finitudine, la soglia che ogni persona e ogni organizzazione deve saper attraversare.

Non si tratta di concetti astratti. Sono elementi che ogni giorno plasmano il modo in cui collaboriamo, affrontiamo i cambiamenti, attraversiamo i momenti di crisi e costruiamo significato nel lavoro.

Ascoltando gli altri relatori, ho percepito una forte consonanza: la ricerca di un’economia più giusta e più umana non può prescindere da una visione integrale della persona. Non basta correggere i meccanismi del sistema; occorre interrogare lo sguardo con cui lo abitiamo. È questo, credo, il filo rosso che ha unito interventi diversi tra loro, ma accomunati dalla consapevolezza che la crisi attuale è prima di tutto antropologica.

In questo quadro, il tema della salute e della sicurezza sul lavoro non è un’aggiunta esterna. È uno dei luoghi in cui questa antropologia prende forma in modo concreto. La sicurezza non è solo un insieme di norme, ma un modo di intendere la persona: nella sua vulnerabilità, nella sua capacità di relazione, nella sua necessità di essere ascoltata e accompagnata nei momenti di cambiamento. Quando l’essere umano viene ridotto a ingranaggio, la sicurezza diventa un adempimento. Quando viene riconosciuto nella sua interezza, la sicurezza diventa cultura, clima, responsabilità condivisa.

Questa riflessione è anche al centro del percorso che ho sviluppato nel mio ultimo lavoro, L’impresa oltre l’homo oeconomicus (Armando Editore, 2026). Non lo cito per promuoverlo, ma perché nasce dallo stesso interrogativo che ha attraversato l’intero evento di Assisi: che cosa accade quando smettiamo di pensare l’essere umano come una risorsa e iniziamo a considerarlo nella sua complessità?

Assisi mi ha confermato che questa domanda non è marginale. È la domanda da cui dipende la qualità del lavoro, la sostenibilità delle organizzazioni, la giustizia dei sistemi economici e, sì, anche la sicurezza delle persone.

Ripensare l’umano significa ripensare tutto il resto.

San Francesco ci ricorda che il cambiamento reale non parte dai sistemi, ma da uno sguardo nuovo sull’uomo.

E questo sguardo oggi deve essere capace di vedere la persona nella sua interezza:
non solo corpo che lavora,
non solo mente che performa,
ma spirito che cerca senso.

Solo un’antropologia che integra queste dimensioni può generare un’economia autenticamente umana.